giornalismo e sostenibilità

Giornalismo: nuove soluzioni per la sua sostenibilità

Il giornalismo in crisi cerca nuove forme di sostenibilità sperimentando formule innovative per far fronte alla progressiva riduzione dei proventi pubblicitari. Alcune proposte sembrano andare nella direzione giusta ma, se avranno successo, cambieranno la definizione stessa di “giornale”.

Giornalismo, internet e sostenibilità economica formano da anni un triangolo amoroso decisamente disfunzionale. La diffusione capillare del web e la contemporanea crisi dell’editoria (che ha raggiunto, dal 2009, numeri da epidemia) sono legati nel dibattito pubblico da una precisa relazione di causalità: internet ha ucciso i giornali. Alla prova dei fatti, però, la questione appare molto più complessa.

Intanto, i numeri dicono che le vendite dei giornali sono in calo da decenni, e che a internet si può al massimo imputare di aver velocizzato il processo (Economist); in secondo luogo, l’analisi non tiene in considerazione il fatto che i giornali non si sono mai mantenuti attraverso le vendite, quanto attraverso la pubblicità (e, in alcuni paesi d’Europa, i contributi pubblici più o meno espliciti). Per dirla con le parole di Megan McCardle, senior editor di Atlantic: “Journalism is not being brought low by excess supply of content; it’s being steadily eroded by insufficient demand for advertising pages” . Per quanto poco ci possa piacere, “subscription base just paid for the cost of printing and distributing the papers. Advertising was what paid the bills.

Was”, appunto: internet ha cambiato tutto. Una parte del business pubblicitario si è spostata sul web ma, se il processo fosse stato di semplice sostituzione, ai giornali sarebbe bastato passare dall’advertisement su carta a quello sul digitale. Il punto invece è che la rete ha reso i giornali e gli altri mass media passivi inutili (per la pubblicità), perché esso costituisce una cinghia di trasmissione diretta fra lettori e pubblicitari. E anche fra lettori e lettori, in quanto permette a chiunque di pubblicare i propri contenuti ed entrare in concorrenza con delle istituzioni giornalistiche in evidente crisi di autorità.

Il secondo aspetto da considerare è che, con buona pace dei fautori della “neutralità” assoluta dei media, i giornali venivano letti e acquistati proprio perché dotati di una identità e linea editoriale ben definita (parafrasando Arthur Miller, un buon giornale è un gruppo sociale che parla di e a se stesso). Una testata era, in sostanza, un patchwork di notizie assemblate da un responsabile editoriale secondo criteri sia oggettivi (qualità e pluralità delle fonti, spazio alle opinioni di tutte le parti in causa) che soggettivi (a quali notizie dare più risalto, o quali tralasciare). Il parallelo più azzeccato è quello con i ristoranti, ognuno dei quali ha una propria cucina (c’è quello di pesce, quello vegano, la pizzeria, e così via) e in cui il capo-chef decide un menù fisso ogni giorno.

Che succede se il pubblico chiede di potere soprattutto scegliere piatti da cucine differenti?

Ci sono due modelli di sviluppo che stanno cercando di rispondere a questa domanda.

Il primo è quella di “stabilire una relazione privilegiata con i lettori”. Alcuni quotidiani americani hanno iniziato creando dei “club” per i propri lettori. È il caso di «La Naciòn» in Argentina, di «El Mercurio» in Cile e, più recentemente, del Wall Street Journal.

In Europa, la prima testata a tentare questa strada è stata il Guardian che ha lanciato, ai primi di settembre, il suo innovativo programma di membership con la roboante e accattivante promessa di “compiere insieme il viaggio di trasformazione verso un’azienda giornalistica del 21° secolo”. In realtà, l’attuale dirigenza del giornale non fa altro che rimanere fedele alla linea del suo storico direttore CP Scott, che vedeva i giornali (tutti i giornali) non semplicemente come business, ma anche e soprattutto “un’istituzione”.

Di fronte al dilagare di fast food e ristoranti fusion, quindi, le dirigenze di Guardian&co. puntano tutto sul peso della tradizione e la credibilità dei suoi chef – o, per uscire di metafora, sulla fidelizzazione dei propri lettori. Una soluzione che può essere tentata solo da quei giornali o da quelle riviste con una storia gloriosa e lo status di interpreti di una visione del mondo.

Per tutti gli altri rimane una seconda possibilità: quella di svincolarsi dal “menù fisso” e tentare la strada del menù alla carta. Non è più l’editore a decidere il pacchetto di notizie, bensì il lettore – o, al massimo, un altro utente.web j 2

Ad aprile ha aperto i battenti l’olandese Blendle, una piattaforma che offre la possibilità ai propri iscritti di acquistare singoli articoli (ad un costo compreso fra i 10 e gli 80 eurocent) da diversi giornali e riviste. A 4 mesi dal lancio, il servizio ha già 100mila utenti registrati e si è guadagnato il soprannome di “iTunes del giornalismo”. Sulla stessa scia si sta muovendo Etalia, start-up italiana che, oltre alla scelta fra un’ampia offerta di articoli, darà anche ai freelance la possibilità di vendere i propri articoli, creando un sistema virtuoso per la retribuzione degli autori (l’altro enorme problema del giornalismo nell’era digitale). Prevista inoltre per i singoli utenti la possibilità di creare i propri giornali (selezionando fra gli articoli in offerta) e di venderli agli altri user.

Si tratta, in entrambi i casi, di risposte che vanno al nocciolo degli attuali problemi di sostenibilità del giornalismo. Ne vedremo sicuramente di più, e di diverse, in futuro; in fondo, la corsa alla rinascita dei contenuti editoriali è appena iniziata.

Vedremo se, al traguardo, avrà ancora senso chiamarli “giornali”, e cosa significherà questa parola.

Claudio Tocchi