Il giornalismo d'elite e la nave spaziale berlinese

Il giornalismo d’elite e la nave spaziale berlinese

Che il giornalismo italiano sia in crisi è una non-notizia, qualcosa che è ripetuto così spesso e da così tante fonti che i contorni effettivi del fenomeno sono andati un po’ perduti. Quando se ne parla non si citano nemmeno più numeri o cifre, non è un’ipotesi da dimostrare. A mettere un po’ d’ordine in questo senso c’ha pensato la FIEG (Federazione Italiana Editori e Giornalisti) sullo stato del giornalismo italiano. I dati, aggiornati al biennio 2010-2012 e sono abbastanza espliciti nella loro crudezza – Blogorio ce li riassume in un ottimo post che mette in evidenza tutte le difficoltà del settore. Tutti arrancano, online e offline, tutti perdono fette di profitto e lettori.  E giornalisti: le redazioni si contraggono e questo porta evidenti problemi a chi ha intrapreso questa professione e in modo particolare ai giovani, sempre più spesso tagliati fuori dal mercato del lavoro.

Fin qui, niente che non si sapesse o si sospettasse. Uno degli effetti principali di questo fenomeno, e finora trascurato, è l’effetto sulla composizione delle redazioni – e quindi sulla capacità dei giornali di dar voce a strati sufficientemente ampi della società.  Uno studio effettuato in Danimarca quest’anno e chiamato, non a caso, The Fading Public Voice, sottolinea il fatto che i giornalisti che si occupano di politica siano stati quelli a risentire meno dei cali dovuti alla crisi, al contrario di altri settori delle redazioni (costume e società in particolare, ma anche economia) che perdite molto più gravi.

Il motivo è semplice: i giornalisti politici rendono di più. Spesso basta un comunicato stampa o una conferenza stampa di un ministro per avere una “notizia”, e i politici sono sempre prodighi di eventi del genere per tenere alta l’attenzione su quanto stiano facendo. E se la notizia proprio non c’è e occorre riempire l’articolo con qualche cosa, si può sempre chiedere la classica contro-dichiarazione da un esponente dell’opposizione, che è ben contento di darla. Pensate alla differenza di tempo e di energie con chi le notizie se le deve cercare, confrontando numeri e dati, investigando su persone che non hanno nessuna voglia, spesso, di rilasciare dichiarazioni o fornire aiuto… i reporter lavorano spesso anche mesi su un’inchiesta, che poi non è più lunga di 5-10 articoli “politici”. Ma costano centinaia di volte di più.

Gli effetti non sono semplicemente una superficializzazione del giornalismo in un botta e risposta fra parti (che noi italiani ben conosciamo): questo toglie spazio alle altre voci della società. I giornalisti e i giornali diventano unicamente cassa di risonanza di un mondo politico che parla a se stesso e, quando si rivolge al pubblico, lo fa con monologhi e non con dialoghi. L’occupazione totale dello spettro pubblico è dannosa in un modo che il lettore medio non riesce nemmeno a immaginarsi, perché non sa quello che rimane regolarmente fuori. Vedere per credere: mentre le prime pagine sono tutte occupate a parlare di IMU, ci dimentichiamo dell’emergenza rifiuti e dei danni che provoca alla salute, delle minacce di morte a Giulio Cavalli, ecc ecc ecc.

E non si pensi che il fenomeno sia solo italiano: in Germania questa commistione fra politica e giornalismo che toglie spazio alle voci della società civile si chiama il Raumschiff Berlin – la “navicella spaziale berlinese” in cui politici e giornalisti vivono e che taglia fuori il resto del paese. E se i giornali “ufficiali” si scordano di chiunque non sia al poter, blog e redazioni diffuse non riescono (ancora) a tenere il passo, anche se ci dovremo dare una mossa alla svelta se vogliamo cambiare le cose.

Come sempre, viviamo in tempi interessanti.