Manifesto delle Nuove Narrazioni

C’è un modo di narrare il mondo che sta prendendo piede nei cuori e nelle menti delle persone.

È una narrazione che troviamo ovunque: sui giornali, in TV e su internet. Soprattutto su internet. È un racconto colorato di paura e di rabbia, che incita le persone a temere il prossimo, a guardare chi ci sta intorno con ansia o con invidia, a cercare negli altri (e in particolare nei soggetti più deboli) la causa dei propri problemi. Che se la prenda con gli immigrati/rifugiati (è il target principale, al momento), con le famiglie arcobaleno, o anche solo con chiunque sia in qualche modo diverso, si tratta di una forma di narrazione estremamente pericolosa in quanto alimenta quei sentimenti da cui scaturisce e di cui si nutre, in un circolo vizioso che spinge all’esclusione, all’odio, alla rabbia.

Perché usiamo la parola “narrare” invece di ideologia o di descrizione della realtà? Perché quella che abbiamo di fronte non è un’ideologia politica in senso stretto (almeno, non ancora) e, di sicuro, non si limita a una semplice descrizione degli eventi. Si tratta, piuttosto, di una

forma di organizzazione del discorso umano che nella comunicazione di proprie conoscenze [sceglie] di raccontare, invece di rappresentare il mondo in altro modo.

Ha tutte le caratteristiche del racconto: innanzitutto, nasce e cresce in quell’inconscio che la ricerca e il giornalismo italiano hanno preferito chiamare per decenni “pancia”, implicando un giudizio di valore negativo e lasciandolo quindi sguarnito alla di conquista altrui. E perché, come tutte le storie che si rispettino, presenta un problema da risolvere, un colpevole certo, chiaro e ben definito, e una soluzione semplice e alla portata di tutti che porterà al lieto fine una volta che il problema (o, per meglio dire, i colpevoli) sarà stato risolto (o eliminati). È un racconto che non si limita a descrivere la realtà ma contribuisce a crearla, come una di quelle profezie che si auto-realizzano.

Questo racconto ha la faccia del populismo e della paura e sta segnando punti ovunque (non solo in Italia) perché è terribilmente più semplice e potente di quanto non siano le narrazioni che vi si sono finora opposte, quella razionale e quella educativa.

La narrazione razionale si basa su dati oggettivi e verificabili e ha diversi vantaggi: permette una discussione costruttiva in cui è possibile individuare argomenti logicamente corretti, favorisce compromessi e punti di incontro. Ma ha il torto indifendibile di essere arida, fredda, lontana. Può ad esempio dimostrare chiaramente, e in modo inattaccabile, che “gli immigrati non rubano il lavoro” (e lo fa), ma non è in grado di convincere nessuno. Occupandosi di macro-temi e generalizzazioni, sembra impossibile riportarla alla nostra esperienza quotidiana: quando nega qualcosa, tutto dentro di noi urla il contrario; quando afferma un concetto, almeno dieci nostri conoscenti hanno esperienze dirette che quel concetto smentiscono.

La narrazione educativa invece fa leva sul maggior grado di civiltà o moralità di un’argomentazione rispetto a un’altra. È quella, per intenderci, che usa un genitore con un bambino per convincerlo a comportarsi in modo educato – non ci sono spiegazioni razionali dietro un comportamento che è pura norma sociale, quanto piuttosto un’imposizione di autorità. Questa narrazione, traslata nel discorso politico, presenta praticamente solo svantaggi: poiché cerca di istruire ponendo gli interlocutori su piani diversi e si fonda su una pretesa superiorità morale, nessun adulto è disposto ad accettarla senza resistenza. Trattare l’interlocutore come un minore, peraltro, porta quest’ultimo a interiorizzare tale ruolo (almeno a livello inconscio) e a comportarsi di conseguenza. Gli strali e le urla contro i “buonisti” (che “non capiscono”, la frase preferita di ogni adolescente), l’accanimento contro personaggi che incarnano la “madre” o il “padre” e, in generale, un certo tipo di argomentazioni “contro” ricordano molto le sfuriate dell’adolescente che cerca di emanciparsi da una serie di regole che non ha contribuito a creare e che gli ricordano unicamente l’autorità che non ha. Ciò che a livello singolo si trasforma in crescita personale, a livello sociale alimenta il disastro.

A una narrazione del mondo basata sulla paura, sull’esclusione e sulla prevaricazione dell’altro e che tocca così profondamente l’inconscio delle persone non si può rispondere in questi termini. Prima ce ne rendiamo conto, prima possiamo cercare un’alternativa a ciò che si sta preparando: un ritorno del populismo e dell’autoritarismo, movimenti sociali pronti a barattare la libertà per la sicurezza e il rispetto dell’individuo per il bene comune (che poi è sempre e solo il bene di chi comanda), determinati a creare (e non risolvere) paura e odio con il solo scopo di giustificare la propria morsa sulla società. Quando avranno finito con gli immigrati, e poi con gli omosessuali, e poi con i sindacati e chiunque si trovi ad alzare la testa, troveranno qualche altra vittima o colpevole per rimanere al proprio posto. L’abbiamo già visto succedere.

Noi non vogliamo vivere in un mondo chiuso, la cui cifra dominante è la paura. In uno Stato in cui magari non noi direttamente (almeno, non ancora), ma i nostri fratelli o le nostre sorelle non possono essere liberi. In una società vigliacca che cede alle soluzioni facili e violente. Noi vogliamo costruire un mondo diverso: per farlo, ci serve una narrazione che lo renda possibile, una narrazione che giochi nello stesso campo (l’inconscio) e con gli stessi strumenti (le emozioni) di quella che combattiamo.

Una narrazione che non faccia leva sulle caratteristiche psicologiche peggiori dell’uomo (paura ed esclusione), ma su quelle migliori (speranza ed empatia); che inquadri i fenomeni sociali, anche quelli più complessi e ingestibili (le migrazioni di massa, i conflitti sociali, l’emergenza ambientale) in un quadro di riferimento ottimista e non disperato, responsabile e non edonista, collaborativo e non improntato alla concorrenza spietata. Una narrazione, soprattutto, che dia di nuovo slancio e forza e passione a tutti quegli uomini e quelle donne (e ce ne sono!) che lottano per quello che è giusto, ma sono al momento distanti, spersi, senza un linguaggio e un sogno comune.

Una narrazione del genere, al momento, non c’è: i movimenti progressisti l’hanno persa per strada decenni fa e, da allora, arrancano sulla cammino dell’evoluzione della società, cercando perlopiù di difendere quanto già acquisito (o di non perdere troppo terreno). Adesso, però, è giunto il momento di tornare all’offensiva, di riprendere la parola nell’agorà del mondo e di far sentire una voce che denunci con coraggio le menzogne, gli interessi, l’opportunismo di chi spaccia paura e odio per i propri fini. È giunto il momento di una, di mille Nuove Narrazioni che restituiscano passione e coraggio agli attivisti di tutto il mondo, che uniscano le loro lotte e i loro richiami, che renda per loro possibile sentirsi parte della stessa famiglia.

Non siamo gli unici a volerlo. Negli ultimi mesi di riflessione e di lavoro sotto traccia su questo tema abbiamo incontrato decine di attivisti che lavorano ad altrettanti progetti sullo stesso tema e con lo stesso approccio: questo blog punta a fare da collettore di esperienze e spazio di discussione.

Fare del nostro obiettivo la nostra pratica“, rendere queste nuove narrazioni una realtà concreta, pulsante, non studiata in laboratorio, ma costruita passo passo da mille mani, esperienze, parole. Vogliamo intessere le fila di un racconto che restituisca unità ai movimenti, agli attivismi e alla società; questo spazio è il telaio su cui costruire la trama delle Nuove Narrazioni dei Diritti.

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